Chi sono

Sono nato durante la frenetica, affannosa e speranzosa ricerca delle sculture di Amedeo Modigliani. La città era finita al centro dell’attenzione nazionale e poco importa se si era trattato di uno scherzo fatto da tre ragazzi, le teste di Modì rilasciarono nell’aria una strana voglia di trovare qualcosa. Venuto al mondo senza una casa ben precisa, i primi tempi dormivo a casa dei nonni mentre i miei genitori dormivano in tenda davanti al comune per ottenere la casa popolare. Quella casa popolare che non arrivò mai. Forse per questo mi adatto facilmente un po’ ovunque, la parola “casa” per me è sempre stata un concetto vago, mi basta poco per sentirmi “a casa” quindi come unità di misura dico che “casa” è il posto in cui faccio la pipì per più di tre volte.

Mio padre era un operaio che sognava la pensione mentre mia madre ha sempre fatto vari lavori, un po’ di tutto e io in questo le somiglio tantissimo. Cosa fai? Faccio quello che c’è da fare. Abbastanza semplice. Sono figlio unico e da piccolo ho passato tantissime giornate a casa da solo. Mi è sempre piaciuto stare in mia compagnia e credo sia grazie a questo che sono riuscito a sviluppare la mia creatività. I giochi dovevo inventarmeli e dovevo inventarmi anche i miei compagni di gioco. Poi c’era il nonno e lui mi portava a vedere le barche, mi insegnava il cielo, il mare, il rispetto per la natura e per tutti gli esseri che vivono su questo meraviglioso pianeta.

Un posto bellissimo per me è stata l’aula della sezione D delle scuole elementari. Avevo vicino a me una finestra gigante dalla quale potevo vedere i canali e sognare quello che mi pareva e poi davanti delle cartine geografiche a grandezza naturale. Scoprì di essere bravo in geografia, storia e italiano ma … dovevo superare la difficoltà nello scrivere la parola: “aeroplano”. Io e questo mezzo di trasporto non siamo mai andati molto d’accordo.

Alle medie scoprì di essere negato per la matematica e per il flauto e ancora oggi non so per quale motivo mia madre mi abbia iscritto all’indirizzo musicale. Passai l’esame di terza media con “sufficiente” e forse in famiglia si sfregavano le mani all’idea che un nuovo operaio stesse per fare ingresso nel mondo del lavoro e portare un altro stipendio a casa. Gli anni delle superiori furono un totale disastro, il mio corpo non ne voleva sapere di crescere e mentre i miei compagni erano già alti, belli e pieni di peli io sembravo un piccolo scheletro tutto capelli e brufoli. C’erano ragazzi che andavano benissimo a scuola, c’erano ragazzi che facevano cose bellissime fuori da scuola e poi c’ero io. Durante l’adolescenza ti puoi ferire, l’importante è non morire.

Arrivai all’esame di maturità e in famiglia scoppiò la grande festa, il primo diplomato. A poche ore dalla discussione della mia tesina confidai alla mia professoressa di ginnastica che mi sarebbe piaciuto provare a iscrivermi all’università ma la sua risposta fu lapidaria: “Trovati un lavoro che è meglio”. Mi diplomai passando più o meno inosservato agli occhi di tutti i professori mentre i miei genitori erano in estasi per questo miracolo e già mi immaginavano pettinato, profumato e con un bel lavoro in banca. Chissà perché i genitori in genere pensano che con un lavoro in banca il figlio è sistemato, che strano, voglio dire, mica è sua la banca no? Non sapevo che la svolta per me era dietro l’angolo. Un viaggio. Il mio amico Stefano che neanche a dirlo dimostrava già 25 anni mi convinse a partire per un lungo viaggio in treno, tre mesi tra Francia, Olanda, Lussemburgo e Belgio. Davvero non so perché accettai ma quel viaggio mi aprì la mente e il rovescio della medaglia è che quando la mente si apre ti senti subito dannatamente confuso. Ero sempre stato attratto dai viaggi, dai viaggiatori, dagli esploratori e dagli avventurieri e quella era la mia grande occasione.

Salì sul treno con l’angoscia di chi sta andando a fare la guerra in Vietnam, avevo uno zaino enorme, un pentolino per cucinare la pasta, la maglietta di Superman per farmi coraggio e una quantità incredibile di capelli. Furono 3 mesi cruciali per la mia formazione ed ero certo che senza l’errore dei miei genitori di mandarmi all’asilo dalle suore, l’errore di mia madre a iscrivermi all’indirizzo musicale alle medie e l’errore di essere sempre stato l’ultimo in tutto alle superiori non avrei mai potuto prendere quella decisione. Tornai nel mese di settembre che avevo letto un libro bellissimo: Moby Dick, avevo pensieri profumati, magliette puzzolenti e il desiderio di trovare risposte alle mie domande esistenziali. Invece trovai subito un lavoro come muratore per la gioia di mio padre che con i risparmi di una vita aveva già in progetto di cambiare le piastrelle del bagno di casa. Per me fu un trauma, fortuna che il mio più grande nemico ovvero il mio corpo ancora “gracilino” venne in mio soccorso. Non avevo infatti la resistenza fisica per fare quel tipo di lavoro, avevo 18 anni sulla carta d’identità ma il mio corpo ne aveva si e no 15. L’anno successivo mi iscrissi all’università.

Non ho mai avuto nessun tipo di riferimento culturale a casa, nessuno mi aveva mai consigliato un libro, suggerito di seguire un corso, nessuno mi ha mai detto come avrei potuto gestire la mia vita. L’unica cosa che sapevo è che volevo dare risposte alle mie domande che si facevano sempre più forti e insistenti e che avevo bisogno di tempo per pensare a come salvarmi dalla vita in cantiere. Quelli sono stati gli anni chiave per lo sviluppo della mia vita, i libri letti e gli incontri fatti mi hanno davvero salvato la vita.

A 23 anni ho fatto il mio primo trasloco in un altro paese e da allora ho vissuto in 4 Paesi e 8 differenti città. Dopo la laurea sono partito per un lungo viaggio in solitario in Marocco e poi nei Balcani dove speravo di ritrovare lo sguardo di mio nonno che veniva da quelle terre. Ho sempre incontrato delle persone bellissime lungo il mio cammino, persone che sono state come porte, stargate verso mondi ignoti e che mi hanno permesso di crescere moltissimo. Famiglia per me non é mia madre e mio padre. Non solo almeno. Per me famiglia sono tutte quelle persone che ho conosciuto e che mi hanno in qualche maniera reso una persona migliore. Persone che abitano ancora in me anche se non ci vediamo da anni e non ci siamo mai scritti una sola riga. Viaggiando mi sono reso conto che la famiglia per me é un concetto allargato, sono le persone che ci mettono al mondo ma soprattutto quelle che incontriamo strada facendo. Siamo delle matriosche, dentro di noi portiamo sempre un po’ degli altri e questo é bellissimo.

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